La radio non è mai morta. Ha solo cambiato forma.
La radio viene spesso raccontata come un mezzo del passato, quasi una reliquia sopravvissuta all’avanzare della televisione, di Internet e dei social network. Eppure questa lettura è troppo semplice per essere davvero corretta. La radio non è un oggetto rimasto in piedi per nostalgia, ma uno dei pochi strumenti di comunicazione capaci di attraversare più di un secolo di storia senza perdere del tutto la propria centralità. È cambiato il modo di ascoltarla, sono cambiati i dispositivi, sono cambiati i linguaggi, ma non è cambiata la sua capacità di entrare nella vita quotidiana delle persone in modo naturale, discreto e potentissimo.
L’enciclopedia Treccani la definisce un mezzo di comunicazione che utilizza le onde elettromagnetiche per trasmettere contenuti sonori. È una definizione precisa, tecnica, quasi asciutta. Ma la radio, in realtà, è molto di più. È informazione, compagnia, ritmo, presenza. È un mezzo che non impone immagini ma le suggerisce, che non distrae soltanto ma accompagna, che non obbliga chi ascolta a fermarsi ma si inserisce nel flusso della giornata. La si può ascoltare in macchina, mentre si lavora, mentre si cucina, mentre si cammina, mentre si aspetta qualcosa. Proprio per questo la radio costruisce un rapporto speciale con il pubblico: non invade, ma resta.

Per capire davvero cos’è la radio, però, bisogna fare un passo indietro e tornare alla sua nascita. Solo guardando da vicino le sue origini, la sua evoluzione e il suo linguaggio si capisce perché questo mezzo continui ancora oggi a esercitare un fascino così forte, anche in un’epoca dominata dalle immagini.
La nascita della radio: quando la scienza ha cambiato il modo di comunicare
La radio non nasce da un singolo colpo di genio, ma da una lunga serie di intuizioni, studi ed esperimenti sviluppati nella seconda metà dell’Ottocento. Alla base di tutto c’è la teoria elettromagnetica formulata da James Clerk Maxwell, che intuì come luce, elettricità e magnetismo facessero parte dello stesso sistema fisico. Qualche anno più tardi Heinrich Hertz riuscì a dimostrare sperimentalmente l’esistenza delle onde elettromagnetiche, trasformando una teoria in una realtà osservabile. Senza questi due passaggi fondamentali, la radio non sarebbe mai esistita.
Il salto decisivo arrivò però quando qualcuno comprese che quelle onde potevano essere utilizzate per trasmettere segnali a distanza. Quel qualcuno fu Guglielmo Marconi. Il 5 marzo 1896, a Londra, Marconi presentò il brevetto del suo sistema di telegrafia senza fili. È una data chiave nella storia della comunicazione moderna, perché segna il momento in cui una possibilità teorica comincia a diventare tecnologia applicata. Marconi non fu soltanto uno scienziato o un inventore: fu soprattutto colui che seppe trasformare una scoperta in un sistema concreto, funzionante e destinato a diffondersi nel mondo.

Attorno al suo nome si sono sviluppate nel tempo anche discussioni sulla priorità storica dell’invenzione, soprattutto in relazione agli studi del russo Aleksandr Popov. È corretto ricordare che alla fine dell’Ottocento diversi ricercatori stavano lavorando nella stessa direzione, ma è altrettanto corretto dire che fu Marconi a portare la radio fuori dai laboratori, a brevettarla, svilupparla e diffonderla su larga scala. Nel 1909 ricevette infatti il Premio Nobel per la Fisica, riconoscimento che sancì il peso internazionale del suo contributo.
Il momento simbolico di questa rivoluzione arrivò nel dicembre del 1901, quando venne annunciata la ricezione del celebre segnale Morse attraverso l’Atlantico, da Poldhu in Cornovaglia fino a St. John’s, a Terranova. Quel passaggio ebbe un effetto enorme sull’immaginario collettivo. Da allora risultò evidente che le distanze potevano essere abbattute senza l’uso di cavi, e che il futuro delle comunicazioni stava cambiando per sempre.
La radio prima della radio: dai segnali alla voce
All’inizio, però, la radio non era ancora il mezzo di massa che oggi conosciamo. Non c’erano programmi, speaker, rubriche o radiocronache. Esisteva soprattutto la telegrafia senza fili, uno strumento utilissimo per inviare segnali e comunicazioni essenziali, soprattutto in mare e in ambito militare. Il suo primo grande impatto fu legato proprio alla navigazione. La possibilità di inviare messaggi senza fili migliorò la sicurezza delle navi e mostrò al mondo che questa tecnologia non era una curiosità scientifica, ma un’infrastruttura capace di avere effetti reali e immediati.
Il naufragio del Titanic nel 1912 contribuì a fissare questa percezione. In quel caso il ruolo della radio fu decisivo nel diffondere i segnali di soccorso e nel mostrare quanto fosse importante disporre di comunicazioni rapide in mare aperto. Anche durante la Prima guerra mondiale la radio dimostrò tutto il suo valore strategico, permettendo comunicazioni più veloci, coordinamento tra reparti e intercettazioni. In quel momento la radio era ancora soprattutto uno strumento operativo, ma il passaggio verso la sua trasformazione in mezzo civile e collettivo era ormai iniziato.
Quando la tecnologia si fece più affidabile, più stabile e più accessibile, si aprì la strada a un cambiamento decisivo. Non si trattava più soltanto di trasmettere un codice o un segnale, ma di trasmettere la voce. E con la voce, tutto il resto: musica, notizie, intrattenimento, racconti, politica, cronaca.
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Gli anni Venti: la radio entra nelle case
Fu negli anni Venti del Novecento che la radio smise di essere un apparato per tecnici e specialisti e cominciò a diventare un mezzo di comunicazione di massa. Nel Regno Unito le trasmissioni pubbliche da Chelmsford del 1920 rappresentano una tappa fondamentale nella storia della radiodiffusione. Negli Stati Uniti il fenomeno si allargò rapidamente, con un numero crescente di stazioni radiofoniche già nei primi anni del decennio. Nacque così una nuova abitudine collettiva: riunirsi attorno a un apparecchio e ascoltare ciò che accadeva altrove, in tempo reale.
In Italia il percorso seguì tempi leggermente diversi ma altrettanto significativi. Nel 1923 iniziarono le trasmissioni sperimentali di Radio Araldo, una delle prime esperienze italiane nel settore. Il vero spartiacque, tuttavia, arrivò con la nascita dell’Unione Radiofonica Italiana. Il 6 ottobre 1924 è la data che segna l’inizio ufficiale delle trasmissioni radiofoniche in Italia. Quella sera partì il primo programma dell’URI dalla stazione di Roma, dando avvio a una storia destinata a cambiare profondamente la società italiana.
Attorno alla voce che aprì quella prima trasmissione esistono ancora oggi discussioni e ricostruzioni differenti. Alcune fonti attribuiscono il primato a Maria Luisa Boncompagni, altre riconoscono un ruolo anche a Ines Viviani Donarelli. Al di là del dettaglio, ciò che conta davvero è che da quel momento la radio cominciò a entrare nelle case italiane e a modificare il rapporto tra cittadini, informazione e intrattenimento.

La radio tra propaganda, cultura e identità nazionale
Negli anni successivi la radio si consolidò rapidamente come strumento centrale della vita pubblica e privata. Nel 1927 l’URI fu trasformata in EIAR, Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, e la radio assunse un ruolo sempre più importante nella costruzione dell’immaginario nazionale. Il regime fascista intuì subito il potenziale di questo mezzo: Mussolini comprese perfettamente che una voce capace di arrivare in tutte le case poteva diventare uno strumento formidabile di propaganda.
Sarebbe però riduttivo raccontare la radio di quegli anni soltanto come megafono del regime. La radio contribuì anche alla diffusione della lingua italiana, alla circolazione di modelli culturali comuni, alla nascita di riti collettivi che superavano le differenze regionali. In un Paese che era ancora profondamente segnato dai dialetti e dalle disuguaglianze territoriali, la radio contribuì a creare una forma di unità linguistica e simbolica.
Emblematico fu il progetto Radiorurale, avviato nel 1933, che portò apparecchi radiofonici nelle scuole e in altri spazi pubblici. L’obiettivo era certamente anche ideologico, ma gli effetti furono più ampi. La radio diventò una presenza quotidiana, una finestra sonora sul mondo, un veicolo di istruzione, aggiornamento e spettacolo. La sua forza stava nel riuscire a essere contemporaneamente istituzionale e familiare.
La radio e il racconto dello sport
Se c’è un ambito in cui la radio ha mostrato tutta la propria potenza evocativa, quello è lo sport. In particolare il calcio, in Italia, ha avuto con la radio un rapporto viscerale, profondo, quasi rituale. Prima dell’avvento delle immagini in tempo reale, prima della televisione onnipresente, prima di smartphone e notifiche, il tifoso viveva la partita anche e soprattutto attraverso la voce.
Chi ha conosciuto i campi di provincia sa bene quanto la radiolina sia stata, per decenni, un oggetto di culto. In tribuna, in piedi dietro una rete arrugginita o seduti su gradoni di cemento, c’era sempre qualcuno con l’orecchio teso verso un piccolo apparecchio. Mentre davanti agli occhi c’era il campo di terra battuta con una partita locale, nelle orecchie scorrevano i risultati di Serie A, i gol dagli stadi più grandi, la tensione di una domenica pomeriggio condivisa da milioni di persone. In quel gesto, apparentemente semplice, c’è tutta la grandezza della radio sportiva: la capacità di mettere insieme luoghi lontani e trasformarli in una sola scena emotiva.

La radiocronaca: vedere con le orecchie
La Treccani definisce la radiocronaca come la cronaca di un avvenimento, generalmente sportivo, trasmessa in diretta o in differita via radio. È una definizione corretta, ma non basta a spiegare cosa accade davvero quando una partita viene raccontata solo con la voce. La radiocronaca non è una versione ridotta della telecronaca. È un linguaggio a parte. È un modo di restituire un evento a chi non lo vede, costringendo il cronista a trasformare le parole in immagini mentali.
Per questo la radiocronaca ha un fascino tutto suo. È il racconto a occhi chiusi. È il tifoso che immagina la corsa dell’ala, il taglio dell’attaccante, il pallone che attraversa l’area, il portiere che si distende. È un’esperienza meno passiva rispetto alla televisione, perché chiede a chi ascolta di partecipare attivamente alla costruzione della scena. Non mostra: suggerisce. Non illustra: evoca. E proprio in questa mancanza apparente si nasconde la sua forza più grande.
Per le nuove generazioni, abituate agli highlights, ai video verticali, ai social e alla telecronaca televisiva, la radiocronaca può sembrare anacronistica. In realtà continua a esercitare un fascino particolare proprio perché si oppone alla logica dominante del tutto visibile. La radio lascia uno spazio all’immaginazione che altri media tendono a saturare.

Le prime radiocronache sportive e calcistiche
Sul piano internazionale, uno dei primi eventi sportivi trasmessi in diretta radiofonica fu un incontro di pugilato andato in onda l’11 aprile 1921 da Pittsburgh. Negli Stati Uniti lo sport diventò fin da subito uno dei motori principali della radiofonia, perché si prestava perfettamente al racconto live e alla partecipazione emotiva del pubblico.
Per quanto riguarda il calcio europeo, il 22 gennaio 1927 viene generalmente ricordato come il giorno della prima radiocronaca calcistica della BBC, con la partita tra Arsenal e Sheffield United. In Italia, invece, la data da ricordare è il 25 marzo 1928, quando Giuseppe Sabelli Fioretti, giornalista de La Gazzetta dello Sport, raccontò alla radio Italia-Ungheria 4-3. Si tratta di una tappa storica non solo per il giornalismo sportivo, ma per il modo stesso in cui il calcio entrò nelle case degli italiani.
Sabelli Fioretti non era uno specialista del calcio, ma si trovò a inaugurare un nuovo modo di raccontare il pallone. La sua impresa fu tutt’altro che banale. Doveva descrivere senza immagini, guidare senza supporti visivi, costruire nella mente dell’ascoltatore una geografia della partita. Proprio per aiutare il pubblico, venne utilizzato un sistema a quadranti del campo, pubblicato anche sui giornali, così da permettere a chi ascoltava di collocare meglio l’azione. Già in quella prima esperienza si intravedeva tutta la complessità e la nobiltà della radiocronaca.
Radiocronaca e telecronaca: due mestieri diversi
Spesso si tende a confondere radiocronaca e telecronaca, ma in realtà si tratta di due professioni simili solo in apparenza. La telecronaca accompagna un evento che lo spettatore sta già guardando. La radiocronaca, invece, deve sostituire l’immagine. Il telecronista può permettersi pause, sottintesi, commenti più asciutti. Il radiocronista no. Deve riempire il tempo in modo utile, senza appesantire, mantenendo il ritmo e offrendo una descrizione continua ma leggibile.
Se chi guarda in televisione vede già il colore delle maglie, la disposizione in campo, la zona dell’azione e il volto del giocatore che ha toccato palla, chi ascolta alla radio dipende quasi totalmente dalla voce del cronista. Per questo la radiocronaca richiede un linguaggio più ricco, una presenza verbale più costante, una capacità descrittiva superiore. Ogni parola ha un peso maggiore. Ogni dettaglio va scelto con attenzione. Ogni esitazione rischia di confondere l’ascoltatore.
Al contrario di quanto si potrebbe pensare, questo non rende il lavoro più semplice. Lo rende molto più difficile. Il radiocronista ha il dovere di orientare, di far vedere senza vedere, di mantenere viva l’attenzione anche nei momenti di gioco meno intensi. E quando una partita si incastra su ritmi bassi, senza occasioni, con molto palleggio e poche emozioni, il compito si complica ulteriormente. È lì che emerge il vero mestiere.
L’importanza delle parole nella radiocronaca
Nella radiocronaca le parole non sono soltanto strumenti di lavoro. Sono la materia stessa del racconto. Un buon radiocronista deve avere un lessico ampio, duttile, preciso, deve saper scegliere il termine giusto nel momento giusto e deve farlo con naturalezza, senza trasformare la cronaca in artificio. Parlare alla radio non significa semplicemente parlare tanto. Significa usare le parole come una mappa, come una luce, come un ponte tra il fatto e chi ascolta.
È proprio per questo che molti grandi professionisti della radio hanno sempre insistito sul valore del vocabolario, della lettura, della preparazione linguistica. La radio è una scuola severa, perché non perdona le povertà lessicali e non protegge chi improvvisa male. Se mancano le parole, manca il racconto. Se manca il ritmo, manca la partita. Se manca la precisione, si spezza il rapporto di fiducia con l’ascoltatore.
Il radiocronista, in fondo, deve portarsi dietro uno zaino pieno di parole, di immagini verbali, di soluzioni narrative pronte a essere usate nell’istante in cui servono. È questo bagaglio che consente alla cronaca di non diventare monotona, alla descrizione di non trasformarsi in elenco, alla tensione di non crollare. Ecco perché la radio, ancora oggi, rappresenta una palestra formidabile per chiunque voglia imparare davvero a raccontare.

Le grandi voci della radiocronaca italiana
La storia della radiocronaca italiana è legata a voci che hanno attraversato epoche diverse senza perdere la capacità di accendere l’immaginazione del pubblico. Dopo l’esperienza pionieristica di Sabelli Fioretti, fu Nicolò Carosio a lasciare un segno profondo negli anni Trenta, contribuendo a stabilire uno stile riconoscibile e una vera grammatica del racconto sportivo radiofonico.
Nel dopoguerra il legame tra radio e calcio divenne ancora più forte, soprattutto con la nascita di Tutto il calcio minuto per minuto, ideato nel 1959 e andato in onda ufficialmente per la prima volta il 10 gennaio 1960. Da quel momento la domenica calcistica italiana ebbe un suono preciso, una ritualità sonora fatta di collegamenti, stadi, voci che si alternavano, linee passate da una città all’altra. Non era soltanto un programma: era un rito nazionale.
In questo contesto si affermarono figure come Enrico Ameri, simbolo di eleganza tecnica e misura, e Sandro Ciotti, voce roca e inconfondibile che trasformò il timbro in marchio di fabbrica. Più tardi arrivarono Riccardo Cucchi e Francesco Repice, capaci di interpretare una fase più moderna della radiocronaca, con una maggiore partecipazione emotiva ma senza perdere rigore e chiarezza.
Il bello della radiocronaca italiana è proprio questo: ha saputo cambiare nel tempo senza smarrire completamente la propria identità. Sono cambiati i microfoni, la qualità audio, i mezzi tecnici, le piattaforme di ascolto. Ma il patto di fondo è rimasto lo stesso: chi ascolta sceglie di affidarsi a una voce per vedere una partita con le orecchie.

La radio nel secondo dopoguerra e la sfida della televisione
Dopo la Seconda guerra mondiale la radio italiana entrò in una nuova fase. Il 24 agosto 1944 l’EIAR cambiò denominazione e divenne RAI, Radio Audizioni Italiane. Fu l’inizio di un nuovo corso, in cui la radio consolidò il proprio ruolo nell’informazione, nell’intrattenimento e nella costruzione del costume nazionale.
Quando arrivò la televisione, molti pensarono che la radio fosse destinata a scomparire. Successe il contrario. La radio seppe reagire, ridefinire il proprio linguaggio, puntare sulla portabilità e sulla specializzazione. Le radio a transistor la resero più leggera, più economica, più quotidiana. I programmi si diversificarono. La notte diventò spazio di trasmissione. Il pubblico giovanile la elesse spesso a mezzo più agile e immediato rispetto alla televisione.
Programmi come Chiamate Roma 3131 mostrarono chiaramente come la radio potesse diventare non solo informazione e intrattenimento, ma anche luogo di dialogo e partecipazione. L’ascoltatore smise progressivamente di essere soltanto destinatario e divenne interlocutore, presenza viva dentro il palinsesto.
La rivoluzione delle radio libere
Un passaggio decisivo avvenne nel 1976, quando una sentenza della Corte Costituzionale pose fine al monopolio pubblico in ambito locale, aprendo la strada alle radio private. Fu una trasformazione enorme. Le cosiddette radio libere cambiarono il panorama sonoro italiano, portando linguaggi nuovi, musica alternativa, informazione di prossimità, identità territoriali e una relazione più diretta con gli ascoltatori.
Da quel momento la radio italiana divenne più plurale, più vivace, più sperimentale. Le emittenti private si diffusero rapidamente, e con esse si consolidò una cultura radiofonica meno istituzionale e più vicina ai gusti, ai dialetti, alle urgenze e ai desideri dei territori. È anche in questa fase che si forma una parte importante della radio moderna, quella più dinamica, veloce, popolare e immersa nella vita reale delle comunità.
La radio oggi tra FM, streaming, podcast e DAB
Nel XXI secolo la radio non coincide più soltanto con l’apparecchio tradizionale o con la modulazione di frequenza. Oggi la radio vive su più piattaforme. Si ascolta in FM, ma anche in streaming, attraverso le app, negli smart speaker, in podcast, sulle auto connesse, sui siti delle emittenti. La diffusione delle web radio e della tecnologia DAB, il Digital Audio Broadcasting, ha ampliato ulteriormente il concetto di radio, rendendola meno legata a un solo supporto e più capace di abitare un ecosistema digitale.
Questa trasformazione, però, non ha cancellato la natura del mezzo. La radio resta voce, diretta, ritmo, sintesi. Anzi, proprio nell’ambiente digitale il suo valore emerge ancora di più. In un panorama saturo di immagini, la radio continua a offrire un’esperienza diversa: meno invadente, più immaginativa, più compatibile con la vita quotidiana.
Anche la radiocronaca si è adattata a questo nuovo scenario. Oggi può essere ascoltata in diretta, recuperata in podcast, ritagliata in highlight audio, rilanciata su YouTube, condivisa sui social. Cambiano i canali, ma il nucleo non cambia: l’evento live raccontato da una voce capace di trasformare il presente in racconto
Il giornalista radiofonico: una figura ancora centrale
Il giornalista radiofonico continua a essere una figura professionale molto specifica. Non basta essere giornalisti per fare bene radio. Servono capacità di sintesi, prontezza, controllo della voce, chiarezza espositiva, gestione del tempo, padronanza del lessico e sangue freddo. Un giornale radio dura pochi minuti, e in quei pochi minuti bisogna selezionare le notizie, ordinarle, renderle comprensibili e accompagnare l’ascoltatore senza mai appesantirlo.
La giornata di una redazione radiofonica inizia spesso presto, con la rassegna stampa e la verifica delle fonti. Nelle realtà locali si aggiunge il cosiddetto giro di cronaca, cioè il contatto diretto con fonti, istituzioni, forze dell’ordine, testimoni e soggetti del territorio. Poi viene la scrittura del notiziario, la scelta dei tagli, la definizione dei tempi. Solo dopo arriva la lettura in voce. Ma quel momento finale, davanti al microfono, non è un semplice passaggio esecutivo: è la prova definitiva della qualità del lavoro svolto.
La radio, da questo punto di vista, è spietata ma formativa. Non protegge con il montaggio, non nasconde con le immagini, non addolcisce con la grafica. Se qualcosa non funziona, si sente. E proprio per questo insegna moltissimo.
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Perché la radio continua a piacerci
Dopo oltre un secolo, la radio continua a piacerci perché riesce a fare una cosa che altri mezzi fanno peggio: stare accanto alle persone senza schiacciarle. È un mezzo elastico, capace di adattarsi ai tempi della vita. Non richiede attenzione esclusiva, ma sa catturarla nei momenti decisivi. Può essere sottofondo e protagonista, abitudine e sorpresa, compagnia e scossa emotiva.
C’è poi un elemento che nessuna evoluzione tecnologica ha cancellato: la radio crea familiarità. Le voci radiofoniche entrano nella vita delle persone in modo intimo. Non hanno il filtro dell’immagine, ma hanno il timbro, il ritmo, il respiro, la personalità. Per questo la radio costruisce fedeltà. L’ascoltatore non segue solo una trasmissione: segue una voce di cui si fida.
Nel caso dello sport, e del calcio in particolare, questa relazione diventa ancora più potente. La radiocronaca non racconta soltanto una partita. Restituisce un’emozione, una tensione, un’attesa, una liberazione. È il gol gridato in macchina, è la partita immaginata in autostrada, è il filo invisibile tra uno stadio e un tifoso lontano; è tradizione, certo, ma non solo. È una forma di racconto che continua a funzionare perché parla a una dimensione profonda dell’esperienza umana: il bisogno di ascoltare una voce capace di trasformare i fatti in presenza.
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La radio non invecchia
La radio è nata dalla scienza, si è sviluppata come tecnologia, è diventata uno strumento di massa, ha attraversato regimi, guerre, rivoluzioni culturali, l’arrivo della televisione, delle radio libere, di Internet e dello streaming. Eppure è ancora qui. Non per inerzia, ma per merito. Perché nessun altro mezzo è riuscito a coniugare con la stessa efficacia velocità, intimità, immaginazione e compagnia.
Capire cos’è la radio significa capire che non si tratta soltanto di un canale di trasmissione. È un linguaggio. È un modo di stare nel mondo e di raccontarlo. E capire cos’è la radiocronaca significa capire uno dei vertici di questo linguaggio: il momento in cui la parola si fa azione, spazio, stadio, folla, tensione, gioco. In un’epoca in cui tutto sembra dover essere mostrato, la radio continua a ricordarci che spesso la voce, da sola, basta ancora a farci vedere tutto.
Ed è probabilmente questo il suo segreto più grande. La radio non invecchia perché non smette di parlare a qualcosa di essenziale. Finché ci sarà qualcuno disposto ad ascoltare una voce credibile, capace di orientare, informare, emozionare o semplicemente accompagnare, la radio avrà sempre un posto. Non ai margini del presente, ma pienamente dentro di esso.




